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Non basta sempre l’ottimismo Imprese e Istituzioni in ritardo

(www.corriereadriatico.it)

Bisogna essere ottimisti. Le opportunità di crescita stanno aumentando sullo scenario globale. L’ottimismo però non basta per trasformare il domani in un dì di festa. Lo scetticismo e, a volte, il pessimismo si fanno largo quando ragioniamo se le piccole Marche, oggi in difficoltà, ce la faranno ad agganciare quelle opportunità positive come avvenne circa mezzo secolo fa con l’industrializzazione; magari in ritardo come accadde allora, rispetto ad altre regioni centrosettentrionali. Secondo Giorgio Fuà, il ritardo spiega ed è spiegato da un deficit organizzativo imprenditoriale, tipico del nostro tessuto produttivo regionale a forte incidenza micro-imprenditoriale e artigianale. A questo deficit vanno imputate le acuminate fragilità emerse con la crisi, da cui le Marche non si sono ancora riprese.

Il recupero in corso è per ora del tutto insufficiente a rimarginare le ferite occupazionali o a eliminare la forbice negativa che si è creata tra la ricchezza delle famiglie marchigiane e quella media italiana. Ma la croce non la portano solo i piccoli imprenditori troppo distanti dalla frontiera tecnologica e con basse velocità e apprendimento (fattori che fanno la differenza), ma anche istituzioni dimostratisi troppo timide nelle scelte e una società ancora sonnambula tra tradizione e cambiamento. In breve, non possiamo dare una spiegazione solo economico-imprenditoriale al “terreno” perso dalle Marche in questi ultimi 10 anni rispetto ad altre regioni italiane più prossime alla piattaforma continentale europea. Lo stesso Fuà individuava nella qualità del contesto territoriale il fattore rilevante per la diffusione della cultura organizzativo-imprenditoriale. La diversità dei contesti devia modernizzazione e sviluppo da una supposta traiettoria idealtipica (one best way). In altri termini, le Marche di oggi non stanno vivendo in ritardo l’adolescenza dell’Emilia Romagna di ieri. Anche questo evoluzionismo non funziona più e non ha mai funzionato poiché sviluppo e modernizzazione si sono ibridati con i contesti socio-culturali territoriali, rilasciando specificità e diversità. Se guardiamo, ad esempio, alle mancanze dello sviluppo economico meridionale e al suo deficit di economia legale, non possiamo certo tralasciare le relazioni sociali particolaristiche claniche, mafiose e politico-clientelari e l’impatto che generano sulla regolazione del Mezzogiorno. Diversamente, per capire le fragilità marchigiane dovremmo saper cogliere la crisi delle relazioni familiari-comunitarie che per un lungo periodo hanno costruito un forte complemento alla sua regolazione economico-istituzionale. Le differenze ormai non solo sono nette tra Nord e Sud Italia, ma anche tra regioni che Arnaldo Bagnasco e Fuà ritenevano omogenee, nella Terza Italia (o Nec). Se guardiamo allo sviluppo emiliano e alla sua pronta ripresa dopo la crisi, il fattore regolativo che spiega questo andamento positivo non è certo l’azione regolativa appannata di relazioni familiari-comunitarie come nelle Marche, ma piuttosto l’efficienza di relazioni associative-istituzionali capaci non solo di favorire il radicamento di una cultura organizzativa imprenditoriale, ma di creare senza timidezze un terziario avanzato e una società aperta e partecipa. Tutto questo grazie all’associazionismo e a una cultura amministrativa comunale (poi regionale) storicamente di elevato livello.

Sono quindi ancora dell’opinione di Massimo Paci che, più volte in passato, ha scritto che non è l’economia a sviluppare e razionalizzare il sociale, ma semmai sono le risorse e i vincoli della società – cristallizati nelle istituzioni e nel tessuto associativo – a incanalare lo sviluppo economico. Ovviamente, esiste una logica di sviluppo del sistema – oggi la direttrice tecno-economica – a segnalare la rotta, ma sono gli attori a determinare specificità, particolarismi, esiti dello sviluppo. Gli attori principali sono noti: imprenditori, politici, tessuto associativo organizzativo e le persone in carne e ossa che formano la società territoriale. Quando si parla di attori si illude alla loro cultura e alle loro competenze e conoscenze in una società in cui la conoscenza diventa fattore produttivo e d’emancipazione sociale. In particolare, quando si raccomanda la triple helix – imprenditori, amministratori istituzionali e ricercatori – dobbiamo tener conto non solo della strategicità delle sinergie che possono sprigionarsi da questo mix di soggetti, ma anche delle manchevolezze di partenza di questi attori nel caso marchigiano. C’è il fattore organizzativo imprenditoriale dal lato delle imprese, una mancanza di lungimiranza e programmazione da parte delle istituzioni, una cristallizzazione della separatezza di 4 atenei posti in un raggio di un’ora o poco più (o poco meno) l’uno dall’altro. Non è un caso che 1 su 3 studenti marchigiani sia immatricolato in atenei fuori regione. Nulla di male si dirà visto che quasi il 35% degli immatricolati negli atenei marchigiani viene da regioni meridionali: peccato però che nello studio della Banca d’Italia (2016) si sottolinea che questa piccola diaspora dei nostri universitari fuori regione riguarda studenti che hanno un rendimento più alto nella carriera universitaria rispetto alla media di chi studia negli atenei marchigiani (compresi gli studenti immigrati). Il tutto si configura come fuga di talenti in erba.

In breve, si ha la sensazione che gli attori che guidano il territorio regionale non riescano a sovraintendere altro se non quel “mutamento molecolare” di cui scrivevano Mosca e Gramsci a proposito dell’Italia. Non riescono a vedere l’oro zecchino promesso da strategie di cambiamento perché sono troppo distratti dalla bigiotteria d’ordinanza che il potere a loro concede con abbondanti privilegi, a patto che nulla, nella sostanza, cambi, in continuità con la tradizione.

Prigionieri di un micidiale marchingegno, rinviano gli appuntamenti con il futuro.

Carlo Carboni

Docente di Sociologia dei processi economici e del lavoroUniversità Politecnica delle Marche